L'8 marzo non è una festa, è un momento di riflessione, la commemorazione di una strage. La strage avvenne nel 1908 a New York, in una fabbrica tessile, dove 129 donne che scioperavano da giorni per rivendicare condizioni di lavoro decenti, morirono nell'incendio divampato nella loro fabbrica perchè i proprietari le avevano chiuse all'interno. La mimosa, come simbolo di questa giornata nasce nel 1946 per iniziativa delle donne dell'UDI (da wikipedia), un movimento che univa le donne appartenenti ai maggiori partiti politici dell'Italia appena liberata.
Perciò oggi non sarebbe il caso di festeggiare con bagordi e spogliarelli, ma varrebbe la pena di fermarsi per un momento a pensare cosa siamo state e cosa siamo stati, chi vogliamo essere, chi siamo e cosa vogliamo diventare. La vita delle donne oggi è diversa da come era nel 1908, ma non dappertutto e non abbastanza. Ci sono Paesi dove nascere femmine è un grosso handicap, c'è chi fa di tutto per farci o per farci sentire merce e ci riesce benissimo (vedere il post del Grande Marziano, per chi non lo avesse ancora fatto).
Credo che oggi, invece di foraggiare il mercato della mimosa (al massimo la compro da un ambulante), penserò al significato di parità di diritti, cosa vuole dire essere una donna anzichè un uomo (chissà se in fondo la differenza è davvero così spiccata) e a cosa posso fare per boicottare una cultura che ci vuole schiave inconsapevoli.
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